USI E COSTUMI
Per questo progetto si è deciso di scegliere un periodo successivo al secondo conflitto mondiale, perché la documentazione sarebbe stata più dirette, nel senso che si sarebbe avuta la possibilità di attingere informazioni della vita quotidiane, così come si è svolta e si svolge sotto i nostri occhi.
Scriveremo di quelli che erano usi e costumi nella vita familiare. Le tradizioni, che nonostante l’evoluzione dei tempi moderni, ancora ci tengono legati a un nostro vissuto non troppo lontano. Racconteremo di giovani, di come si corteggiava una ragazza, del fidanzamento, del matrimonio e dell’evoluzione di una famiglia.
I GIOVANI ED IL CORTEGGIAMENTO

Le occasioni di incontro per i giovani erano un tempo le fiere ed i festeggiamenti popolari, la messa festiva, le novene e le funzioni religiose mattutine o pomeridiane, tanto che le chiese erano molto frequentate di quanto non lo siano oggi.
L’iniziativa del corteggiamento era quasi sempre del giovanotto, che si faceva notare dalla ragazza prescelta, passeggiando spesso davanti la sua abitazione; se la ragazza era consenziente, si affacciava spesso al balcone o alla finestra o alla “vetrina” (porta a vetri del piano terra, spesso costituita da una metà inferiore di legno, che rimaneva chiusa a mò di finestra, e da una parte superiore a vetri, che generalmente rimaneva aperta; dietro di questa, a sera si chiudevano le seconde porte in legno massiccio)
Quando il giovanotto non trovava corrispondenza da parte della ragazza prescelta non si dava per vinto e ricorreva allora alla serenata notturna, che aveva una precisa funzione dichiarativa, servendosi di amici che lo accompagnavano al suono di uno strumento musicale.

E quando la resistenza della ragazza andava oltre, accadeva che il giovanotto, incontrandola per la strada, la “baciava” in pubblico, “compromettendo “ in tal modo la ragazza, la quale era pertanto costretta a sposarlo.
Se la ragazza voleva ad ogni costo mostrare la sua non disponibilità, anzi il disprezzo per il giovane, non ritenuto degno di aspirare alla sua mano, incontrandolo sputava a terra e sullo sputo strisciava il piede. Qualora l’intesa fra i due giovani non si verificava facilmente, entravano in causa le intermediarie di professione ( “i zanzène”), che ricevevano il compenso mattutino pattuito ad operazione compiuta, oppure intervenivano parenti o amici comuni, i quali presentavano alla famiglia della sposa la richiesta di matrimonio da parte dello sposo (“a mmasciète”)
Se le due famiglie ritenevano idoneo il matrimonio, seguiva la richiesta ufficiale da parte della famiglia dello sposo, il quale però, in quella occasione, non entrava in casa della ragazza.
IL FIDANZAMENTO

Le cerimonie erano distribuite seconda una casistica molto varia, che assumeva forme diverse secondo le situazioni familiari e le condizioni economiche. Per i maschi erano stabilite case, terreni animali e attrezzi da lavoro, mentre per le donne il corredo e i beni immobili se la famiglia era ricca.
Il corredo poteva essere a “10,15,20,30,40” a secondo che i capi di biancheria coperte, lenzuola, asciugamani, tovaglie, camicie, calze, maglie, mutande fossero in numero di 10,15,20,30,40.
Stabilita la data del fidanzamento, il giovane era ammesso a frequentare la casa della ragazza, in compagnia dei parenti.
Durante le festività, i giovani potevano scambiarsi i regali nel corso del fidanzamento, dove veniva costituito un vero e proprio anticipo di passaggio alla ricchezza, che doveva essere restituito in caso il matrimonio non andava in porto.
I parenti dello sposo, si recavano presso la casa della sposa, dove con altri ragazzi portavano dei regali pesanti ed ingombranti come lampadari, consolle in marmo e altri oggetti per uso casalingo.
I genitori dello sposo offrivano alla sposa il “finimento” che significa le “parure” in oro di collana, spilla, anello, orecchini e bracciale, cioè i gioielli che ancora oggi si rinvengono in molte famiglie.
Nelle famiglie più povere invece si limitavano a donare solo l’anello.
La casa della sposa per l’occasione era spesso allietata da un concertino costituito da esperti di musica, che appartenevano alla categoria dei barbieri, mentre dolcetti e rosolio venivano offerti agli invitati.
Dopo un certo periodo, si passava ai preparativi per le nozze, che vedevano le due famiglie alle prese con l’acquisto dei mobili.
La sposa provvedeva all’acquisto dei comò, ai comodini, alle sedie, ai materassi di lana ed agli utensili in rame mentre lo sposo acquistava il letto, l’armadio e tutto il necessario per la cucina e le provviste alimentari.
Le famiglie fissata la data delle nozze con l’invito ufficiale si recavano rispettivamente a casa dei parenti per ben due volte e con una settimana di intervallo.
Una quindicina di giorni prima del matrimonio si procedeva all’esposizione del corredo a casa della sposa dove amici, parenti e conoscenti si recavano in gruppo per conoscere la consistenza e la qualità del corredo e dei regali.
Anche a casa dello sposo si provvedeva ad esporre il corredo oltre i cesti, al vasallame ed ai tegami.
Tutti i capi di biancheria esposti venivano trasferiti nella nuova abitazione degli sposi.
Due giorni prima delle nozze si preparava il “letto” della sposa, cioè “si vestiva” il letto con le lenzuola più belle e ricamate.
Tutto il parentati si recava a visitare la casa della sposa ad eccezione della sposa (si diceva che era di cattivo augurio) la quale non si poteva cucire il suo abito nunziale per lo stesso motivo, anche se sarta.
LA FUGA O FUTINA
Quando i giovani non avevano il consenso delle famiglie o non disponevano dei mezzi materiali necessari per affrontare un matrimonio “ in piena regola” e con tutte le relative spese, si ricorreva alla “fuga”
Il matrimonio riparatore di chi “ ce ne scappève” veniva celebrato alla chetichella, senza festeggiamenti e spese di alcun genere.
Le famiglie degli sposi cercavano di dare un aiuto ai giovani per mettere su “casa” quando la fuga era prevista se non addirittura concordata.
Se la fuga avveniva senza il consenso della famiglie in quando l’atmosfera era gelida in caso di veri e propri contrasti, infatti i rapporti tra gli sposi e le famiglie si interrompevano definitivamente, talvolta per tutta la vita.
Molti di queste tradizioni che ad oggi appartengono solo al folklore locale, anticamente rappresentavano esigenze reali, con contenuti economici ben precisi per chi viveva del solo lavoro delle braccia e che, al momento del matrimonio, non poteva lavorare per ovvi motivi. Gli sposi per i primi giorni non uscivano di casa, ed era giustificata l’astensione dal lavoro e non era altro che una pausa, riconosciuta dalla comunità durante la quale era giustificata l’astensione del lavoro. Lo stesso significato economico avevano gli inviti domenicali a pranzo presso parenti e amici.

LE NOZZE: LA CERIMONIA RELIGIOSA, IL BANCHETTO NUNZIALE

I preparativi del matrimonio(foto sopra)
La scelta della data delle nozze era in rapporti ai lavori stagionali, in cui parentato era impegnato, sia delle condizioni sociali ed economiche.
Nel mese di maggio non si celebravano matrimoni, né durante il mese di novembre o nel periodo di Quaresima (Di venere e di Marte non si sposa e non si parte). Il giorno preferito era il sabato. Il periodo migliore era l’autunno, dopo la raccolta, quando si disponeva della somma per approntare le spese.
La mattina delle nozze in casa della sposa si assisteva al “pianto della sposa” che indicava il distacco della figlia della casa paterna.
I parenti dello sposo, si recavano a casa della sposa dove erano presenti già i parenti di lei.
Tutti insieme e a coppie si recavano a piedi in chiesa, seguendo la sposa al braccio del padre. Spesso il corteo era allietato dallo scoppio dei petardi per pubblicizzare la festa e scacciare gli spiriti maligni. Una particolare importanza avevano i “i compari di anello” coi quali veniva instaurata una parentela spirituale. Con la conclusione della cerimonia religiosa venivano lanciati i confetti e le monetine, simbolo di abbondanza e fertilità, seguendo da un rinfresco a casa dello sposo. La sera i parenti più stretti rimanevano a casa degli sposi, dove con il cibo ed il vino gli animi si riscaldavano. La sposa dava inizio alle danze e doveva successivamente ballare con ciascun invitato.
Sul tardi gli sposi venivano accompagnati nella nuova casa, che era “guardata a vista” dai compari di anello dove spesso in piena notte ricevevano la “serenata” da parte degli amici. Per otto giorni la sposa non poteva uscire di casa , il rifornimento alimentare veniva fatto dalla famiglia dello sposo, la quale era permesso allontanarsi solo al terzo giorno. La prima “uscita” degli sposi avveniva la domenica successiva per recarsi a messa con gli abiti confezionati per quell’occasione, per poi essere ospitati dai parenti oppure i compari di anello che gli accoglievano ogni domenica.


LA NASCITA, IL BAMBINO, LA PUERPERA

La nascita di solito avveniva a casa, dove erano stati preparati “i panni” e l’acqua calda, alla presenza dell’ostetrica (“a vammère”) e delle donne di casa, le quali avevano già provveduto ad allontanare i bambini ed i giovani. Se veniva al mondo un maschio, il padre lo annunciava sparando in aria tre colpi di fucile, fuori dalla propria abitazione; due colpi se si trattava di una femmina ( “mèla fegghianne jè citela fèmmene” = una figliolanza non gradita è la nascita di n una femmina).
In grande anticipo la suocera aveva preparato il corredino per il neonato, tanto più ricco quanto più floride erano le condizioni economiche; la culla ( “a cunnele”) veniva regalata sempre dalla nonna paterna. Essa non doveva mai essere “cullata” quando era vuota, ad evitare poi eventuali mal di testa del neonato.
In famiglia, specie da parte delle più anziane, erano già state fatte le previsioni sul sesso del nascituro ( non era ancora stato messo a punto l’esame ecografico), sia basandosi sulle lunazioni, sia sulla forma e la grossezza della pancia della donna incinta: la pancia tondeggiante e larga faceva prevedere una femmina, la pancia più appuntita faceva prevedere un maschio.
Altre previsioni si usavano fare contando le lettere che componevano il nome e il cognome della madre e del padre del nascituro; se il totale della lettera era dispari, in certe situazioni sarebbe nato maschio.
L’allattamento al seno si protraeva anche oltre un anno, per meglio nutrire il neonato e ritardare contemporaneamente un’altra gravidanza. Per far si che il latte fosse abbondante o ad evitare la “perdita” (cioè il venir meno del latte stesso), la puerpera si nutriva preferibilmente di pancotto ben condito di olio di oliva e di zuppa con cipolla e pomodori ( ù pèscefiùte”).
Prima del parto e durante i novi mesi della gravidanza, la donna doveva necessariamente mangiare tutto ciò che vedeva o di cui sentiva parlare, per evitare le “voglie” al nascituro, cioè quelle macchie della pelle nelle quali il popolo ravvisava forme e colori di determinati cibi, di cui il nascituro aveva avuto desiderio attraverso gli occhi della madre; perciò tutti si premuravano di non rifiutare nulla ad una donna incinta (l’usanza in realtà permane tuttora). Qualora la donna non potesse essere soddisfatta nel suo desiderio, doveva toccarsi nelle parti nascoste del corpo, per far si che le voglie si manifestassero su quella parte del corpo al figlio nascituro. Inoltre tutti i parenti si preoccupavano perché la donna incinta non vedesse animali brutti o scene paurose, capaci di influire sulla formazione del feto; infatti si credeva che il “ labbro leporino” fosse causato da immagini di cose brutte percepite per caso. Subito dopo il parto, veniva servito alla puerpera brodo di pollo o di piccione, e comunque cibi leggeri e nutrienti; la donna rimaneva a letto per parecchi giorni, assistita dai parenti più prossimi. Per quaranta giorni non usciva di casa e metteva le mani in acqua per il bucato. Allo scadere di tale termine si recava in chiesa, per condurre il neonato “n’sante”, cioè a santificare; c’era l’usanza di recarsi, per questa occasione, al Convento dei Cappuccini, quasi ad un chilometro fuori dall’abitato. Il sacerdote accoglieva sulla parte della chiesa il bimbo, il quale veniva condotto sull’altare, dove nel contempo veniva offerta una candela alla Vergine delle Grazie: si ripeteva in tal modo il rito della purificazione della Vergine e della presentazione del figlio al Padre. Se il bimbo era nato avvolto nella placenta, chiamata “camicia”, era ritenuto fortunato, tanto che ancora oggi si usa dire “nato con la camicia” a chi ha fortuna nella vita. Tale credenza era diffusa anche nel tempo dei Romani, e non era solo peculiarità locale. Il neonato, sin dal momento dello svezzamento, veniva nutrito con pancotto condito con olio di oliva, aglio e lauro ( rispettivamente contro la stitichezza, i vermi intestinali ed i dolori di pancia). Spesso tra le fasce che avvolgevano il bimbo si ponevano gli amuleti capaci di preservarlo dai sortilegi. Una moneta di metallo veniva invece posta nella sua manina quando, per la prima volta, gli venivano tagliate le unghiette della madrina, che in seguito lo avrebbe cresimato. Per l’imposizione del nome si ricorreva, in ordine di precedenza, ai nomi dei nonni paterni, di quelli materni, degli zii o di altri membri della famiglia morti per cause belliche o politiche, per disgrazia o per cause naturali. Nel periodo in cui più pressanti si facevano i lavori nei campi, quando anche le donne si recavano in campagna per collaborare alla raccolta delle olive o dell’uva, si ricorreva all’allattamento artificiale anche nei primi mesi di vita del neonato, usando il latte di capra o di mucca, che spesso troncava le tenere vite per le infezioni che procurava. A tutto ciò si aggiungevano le malattie endemiche o contagiose, oltre agli effetti letali derivanti dalla poca conoscenza e della inosservanza delle più elementari norme igieniche, oppure da pratiche tradizionali molto diffuse tra classi popolari, come la fasciatura molto stretta del neonato, la somministrazione di purganti molto violenti o di sostanze oppiacee ( “u papagne”), che facilitavano e prolungavano il sonno del bambino. La mortalità infantile era molto alta nel nostro paesino, come del resto in tutta l’Italia. La media nazionale, tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900, raggiungeva il 168/1000, quasi identica a quella registrata nei primi anni dell’unità d’Italia. La pulizia veniva trascurata; la testina del bambino non era mai lavata, perché si pensava che dovesse essere fortificata e difesa, per cui la materia che trasudava dalla cute formava uno spesso strato di scaglie giallastre che aderivano ai capelli, formando una calotta. Per difendersi dal freddo, la testina del bambino veniva sempre coperta da una doppia cuffia, quella di battista o cotone, a diretto contatto con la cute, e quella sovrapposta, di lana. Il neonato era tenuto in fasce per oltre un anno, perché potesse crescere ben diritto e forte; spesso anche le braccine erano tenute nelle fasce, ad evitare che il bambino si graffiasse con le unghiette. Veniva cambiato due o tre volte al giorno e spesso i panni più esterni, pur essendo bagnati, venivano asciugati al braciere, ben disposti sull’asciugapanni, per essere usati nuovamente nella successiva operazione di fasciatura (c’era allora penuria di acqua e di riscaldamento). “ A’ nfascianne”, cioè il tutto necessario perché si potesse ben fasciare il neonato, era codi costituita, cominciando dall’esterno: una fascia di fiandra, lunga e consistente, su cui spesso si leggevano delle parole o brevi frasi augurali; due “cullarèlle” rettangolari, in pesante tessuto, da piegare in due; una “culazze”, panno ruvido di forma quadrata; infine un pannolino quadrato (“u fasciatore”), piegato a triangolo per essere posto tra le gambe del piccolo, a diretto contatto con il sederino. Il tutto, che rendeva il piccolo come una mummia avvolte in fasce, veniva chiamato “ u còcchele”. Dopo un anno di vita, le fasce venivano eliminate; i bambini allora indossavano abitini lunghi e larghi, sia che si trattasse di maschi che di femmine. Perché potesse facilmente espletare i loro scarichi fisiologici senza sporcarsi, non venivano protetti da pannolini, né indossavano mutandine. Appena liberi dalle fasce, i piccoli erano posti in un girello ( “u carrucce”) di legno, rotondo e con rotelline. Altro attrezzo per abituarli a camminare era “u pettelèrèlle”, un corsetto in tela grossa e resistente, con robuste bretelle atte a reggerli, avviandoli al passo. Il sediolone di legno, alto e smontabile, era a lungo usato dalle famiglie; si tramandava da padre in figlio, come gli attrezzi per la crescita della figliolanza.
LA MORTE E I RITI FUNEBRI

Nel momento in cui si verificava un decesso i pianti e grida di dolore echeggiavano fra le pareti domestiche, consicchè i vicini ( che erano considerati persone di famiglia) accorrevano ad aiutare i parenti a “vestire” il defunto, il quale veniva ben composto sul letto addobbato con coperta di seta. Le porte e le finestre venivano aperte per permettere all’anima del defunto di prendere la sua strada verso il cielo. Se il defunto era uomo si riutilizzava l’abito del matrimonio per le donne un abito scuro con velo nero, per le ragazze di giovane età un abito bianco.
Nella mano destra si poneva un rosario nella mano e a sinistra i guanti. Entrambe le mani erano libere da oggetti preziosi, perché non si poteva entrare nell’aldilà con oggetti preziosi, né l’anima poteva uscire dal corpo se questo non veniva liberato da eventuali oggetti preziosi. Per un giorno il defunto rimaneva a casa esposto a parenti ed amici durante tutto il tempo “ si guardava il morto” in mancanza dei becchini il morto era portato a spalle da amici e parenti. Le campane suonavano al suo passaggio e in base al sesso si utilizzavano i rintocchi:
-7 per un uomo;
-5 per le donne;
-9 per i sacerdoti;
Con il suono delle campane “ a morte” tutta la cittadinanza veniva avvertita.
Dopo il funerale i vicini più stretti offrivano un piatto caldo ( u reconsole) a base di brodo e carne lessa, perché potessero tirarsi su dopo la grave perdita. Per otto giorni le finestre di casa rimanevano chiuse, in segno di lutto dopo 30 giorni il parentato si ritrovava per la messa in suffragio. Le credenze sulla sorte delle anime dei morti, sui loro rapporti con il mondo dei vivi, sulla loro apparizione e sulla loro vita nell’aldilà costituiscono un particolare momento della psicologia popolare, che si riflette tuttora su alcune usanze del 2 novembre; si lascia la tavola apparecchiata durante la notte precedente a tale ricorrenza, perché i morti possono sedersi a mangiare a tavolo come un tempo. I bimbi appendono ai piedi del letto una calza vuota, perché i morti, tornando a visitare la loro antica dimora possono riempirla con dolcetti e leccornie varie, segno tangibile della loro presenza (le leccornie di un tempo consistevano in castagne, mele cotogne, fichi secchi, noci, mandorle e “peccellète e u mestecòtte” )
Oggi è rimasta l’usanza di far trovare ai bambini la calza dei morti pieni di cioccolata e dolcetti vari. Questa antica usanza è ancora molto usata per abituare i bambini all’idea che la vita continua oltre la morte e che i nostri defunti ci sono sempre vicini.
LA VEDOVANZA

La vedovanza si veste di nero dalla testa ai piedi non usciva di casa se non per recarsi in chiesa o al cimitero. Per evitare facili chiacchiere la vedova doveva assumere un comportamento impeccabile, però spesso la mancanza di fonti di sostegno la costringevano alle seconde nozze, cosi si creava un miscuglio di fratellanza.
Anche gli uomini usavano riposarsi soprattutto quando in casa c’erano i bimbi piccoli, e le donne prive di indipendenza erano pronte ad accasarsi anche quando c’erano, nella futura famiglia, figli non propri da allevare.
CONCLUSIONI
In questa ricerca di uso e costumi degli anni del dopoguerra ai giorni nostri, ci siamo avvalsi degli scritti ripresi dal libro della prof. Silvana Del Carretto dal titolo “Serracapriola” note di storia, usi, costumi, nati e morte.
Chiudiamo la nostra ricerca con delle foto attuali, si è deciso di non commentare cosa sia meglio, concludiamo dicendo “Ai posteri l’ardua sentenza”. Sicuramente, sotto alcuni aspetti l’evolversi della vita e delle esperienze tante cose si sono evolute in modo molto positivo. Sotto altri aspetti, si sono persi di vista quelli che sono i principi di buona educazione e di sani principi. Oggi i rapporti familiari e verso l’altro si sono svuotati.


LUCIA BASILICA
NODO GALATTICA SERRACAPRIOLA: “TRADIZIONI”
